Una tensione espansiva. Roberto Borghi

L’anima, nientemeno. Non l’animo, ovvero ciò che per i Latini era la sede del “principio pensante”, dell’intelligenza e della volontà individuale, ma l’anima, vale a dire l’essenza spirituale, il luogo in cui hanno origine le pulsioni e i sentimenti più profondi, è al centro di questa mostra di Fabrizio Bellanca.

Catturare l’anima, renderla oggetto di una rappresentazione pittorica, è ovviamente un’impresa impossibile. Bellanca infatti ha intitolato i suoi quadri “Riflessi dell’anima”, sottolineando che quel che la pittura può cogliere di questo luogo non è che un riverbero, una visione indiretta e fugace.

I “riflessi” che ha fissato sulla tela ci dicono però qualcosa della sua consistenza, della sua struttura, o perlomeno della consistenza e della struttura dell’anima di chi li ha dipinti.

Ci suggeriscono, ad esempio, che non si tratta di un luogo soltanto luminoso, ma che anzi l’oscurità è il suo sfondo naturale, su cui si imprimono bagliori talvolta sinistri, altre volte suggestivi e iridescenti. Inoltre sembrano dirci che si tratta di una dimensione in perenne divenire, di un luogo dai confini fluttuanti, caratterizzato da un’assidua tensione estensiva. Anima in latino significa letteralmente respiro, soffio vitale.

Il sospetto è che, nelle opere intitolate “Embrio”, Fabrizio abbia voluto dipingere il momento in cui l’anima si insinua nel corpo, e lo pervade, e in qualche modo lo trasforma. L’anima “ha luogo” così: con una sorta di dilatazione espressiva, con un vorticoso assestamento delle sue parti.

Se il suo processo espansivo non è costante, se il suo desiderio di sviluppo si arresta, subisce una sorta di inaridimento: ameno in questo, assomiglia proprio alla pittura.

English version

The soul itself, no more no less. Not the soul, which for Latin people represented the seat of ‘thought’, of intelligence and individual will, but the soul as the symbol of our spiritual essence, the place from which our deepest feelings and all that ‘drives’ us, is born . This is the soul to be found at the heart of Fabrizio Bellanca’s exhibition. To capture the soul, and render it the focus of pictorial expression is obviously an impossible feat. Indeed Bellanca has named his collection “Reflections of the Soul” thus pointing out that what a painting is able to ‘capture’ of the soul itself can be nothing more than a reflection, an indirect and fleeting vision. These “reflections” transferred to canvas do, however, convey a sense of substance, consistency and structure, or at the very least they impart a sense of the substance and structure of the painter’s soul itself. Bellanca’s paintings, for example, suggest that the soul is not only a luminous place, but rather one where darkness prevails and where we may find either sinister glares or alternatively suggestive and iridescent images. Furthermore, Bellanca’s paintings convey a sense of being in a perpetual state of ‘becoming’, a place where boundaries, characterised by assiduous extensive tension, fluctuate.
The literal definition of the word soul in Latin means respiration, the breath of life. One suspects that
in the artist’s work “Embryo” he wished to depict the moment in which the soul seeps into the body, pervading and ultimately transforming it. In his way the soul finds its ‘haven’ …by means of a kind of expressive dilation …a whirlwind in which all the parts’ readjust. If, however, its expansive process is not constant and its desire to develop halted, it undergoes a kind of ‘drying up’ At least here we find a similarity…where the soul and paintings have much in common.

Roberto Borghi