Seduzioni senza filtro. Lorenzo Morandotti

Fabrizio non è un lezioso giocoliere né un vano citazionista. Non realizza dipinti figurativi e astratti dai colori decisi per imporsi allo spettatore con seduzioni o ammiccamenti. Oggi viviamo in tempi di computer che sanciscono prepotentemente il proprio dominio nel mondo dell’immagine. E lo sa bene Bellanca, che figlio del proprio tempo assume la “mutazione antropologica” imposta dai nuovi media come pane quotidiano. E sa che rischia di contare più la tecnica del contenuto. Ma per fortuna – sua e nostra – tale dimensione non è affatto l’unica. Di lui mi ha sempre colpito la serena voglia di fare, di costruire.

Bellanca è un creativo che crede fermamente in quello che progetta e in quello che realizza. Ed è quindi poeta, nel senso etimologico più autentico. Inesausto sperimentatore, piega al proprio volere resine e memorie di graffiti urbani. Incide nel freddo metallo con il trapano evocando abrasioni, misteriosi bagliori, viluppi di colore, asperità di superfici geometriche subito smussate dal vortice di arabeschi e arcane partiture in cui convivono la densità della materia e la levità del sogno. Non è un caso che tale ansia di libertà gli abbia fatto conquistare anche la dimensione del suono, in una chiave performativa che rinuncia a ogni dogmatismo pacificante, solipsistico e autoreferenziale per aprirsi al dialogo e al confronto.

Ecco perché il mondo di Bellanca risulta ricco di senso, caleidoscopico, aperto a infinite connessioni e a rimandi circolari. In un recente autoritratto Fabrizio ha lo sguardo teso, tra dubbio e fiducia. Non tanto a un ipotetico e forse inutile futuro, quanto all’altrove sempre più necessario all’uomo di oggi. E che solo l’arte può rende concreto, se è equilibrismo senza rete e non diventa inutile acrobazia.

a cura di Lorenzo Morandotti Como, Novembre 2005