Il Mondo: Emozioni e architettura

Non so se Fabrizio Bellanca abbia mai fatto parte delle bande dei graffitisti, ma non mi meraviglierebbe una sua esperienza sui muri della nostra o di altre città. Dai modi di costruire l’immagine propri di quella stagione – ormai superata – l’artista ha tratto spunti per la sua originale proposta pittorica.
Non senza guardarsi indietro. E giungere a concentrare la sua attenzione sulle esperienze e le acquisizioni della pop-art ma soprattutto sulle invenzioni di Andy Warhol, maestro che ha superato la pittura pur rimanendoci pienamente dentro, che ha innovato senza inventare nulla e ha impresso così una nuova sterzata alla narrazione dell’arte.

Interessanti sono in prima istanza materiali e supporti della sua pittura: al posto della tela Fab utilizza le lastre in alluminio, già usate in tipografia e riciclate qui dopo l’uso per la stampa; come colori i particolari inchiostri da stampa offset, densi ma trasparenti nello stesso tempo; e in aggiunta i trasferibili Letraset (lettere dell’alfabeto, numeri e pittogrammi) particolarmente usati in passato da grafici e studi di architettura.

Con questi strumenti affronta i due percorsi preferiti della sua ricerca: le architetture e le persone. Negli edifici va a cercare il genio dell’architetto, la costruzione che ha in sé uno spirito innovativo e che, da sola, è in grado di parlare, per l’articolazione delle superfici, per la gestione dei pieni e dei vuoti, per  la poesia di cui è permeata. E qui  “gioca con i colori” che definiscono l’immagine e spesso la assolutizzano, spiazzandola da ogni luogo, valorizzandola per quello che è e non per lo spazio in cui è inserita. Nella gente che incontra trova poi le sollecitazioni per un ritratto che viva di una schematizzazione, in cui la figura non è mai tradita, ma piuttosto indagata e resa ancora più singolare. Letta e ricostruita spesso per superfici – quasi carta topografica costruita per curve di livello – la figura vibra e nella sua inconsistenza (o, a volte, all’opposto, nella sua assoluta fisicità) riesce ad essere più viva e intrigante del soggetto cui si riferisce.
Il “disegno” fatto di spatolate di colore, attente e controllate, definisce dei reticoli, ora larghi, ora densi, che lasciano agli spazi liberi dal colore la funzione descrittivo-narrativa. Le presenze in apparenza estranee di lettere, numeri e parole, aggiungono, pur mantenendosi astratte, voce a voce, facendosi colore allo stesso modo di come il colore si fa parola, in un rimando interessante che esce però da schemi già frequentati.
Le immagini ottenute risultano a volte così composite che avrebbero potuto perdersi. Ma in fondo, ad una considerazione attenta, ci si accorge che Bellanca, affida ai colori tipografici la stessa funzione assegnata dagli acquerellisti ai colori ad acqua. L’immagine si costituisce pian piano, per riserva, andandosi a connotare, in modo sorprendente, anziché con i pieni, con i vuoti di colore, attraverso quelle parti delle superfici di alluminio che rimangono pulite, forti solo della propria materia e di quella specchiatura che riesce a rendere, sollecitata dalle parti in colore, il valore plastico ora di un’architettura ora di un volto, ora di un corpo.

Che dire dei temi che spaziano attraverso il mondo, da Como a Boston, a New York? Sono il segno di una globalità che rende tutto uguale, ma anche decisamente altro, che prende l’artista in modi diversi (si vedano i diversi approcci all’immagine) sottolineandone una volta di più quella libertà che gli consente di rispondere – in autonomia anche da se stesso – alle suggestioni e agli stimoli del tempo che sta vivendo.

Luigi Cavadini